Giuseppe Ermini
Bonum est faciendum
et persequendum
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Giuseppe Ermini incontrò Lea, la futura moglie, nel marzo del 1928 nella sala A della biblioteca romana Vittorio Emanuele. Ermini, docente di diritto all'Università di Cagliari, frequenta la Biblioteca per i suoi studi; Lea, laureata in Lettere, per affrontare l'esame di abilitazione all'insegnamento. Passa qualche mese dall'incontro in Biblioteca ed Ermini scrive a Lea questa lettera: "Vedo davanti a me, me stesso in un garbuglio inestricabile di impressioni e di contraddizioni e il tono di questa mia lettera, forse poco levigata, può darsi sia il riflesso di questo sforzo di chiarificazione di fronte a me stesso che vado conducendo ... non ch'io vada perdendo la fiducia in me stesso e nelle mie idee ... se è vero che in medio stat virtus, è pure vero che in mezzo sta la vita. Quando si tratta di sentimento non c'è misura che tenga! ".
(Massimo Ermini, Giuseppe Ermini nella vita privata, in Giuseppe Ermini: l'uomo, lo studioso, il maestro a cento anni dalla nascita, Atti delle giornate di studio 8-10 dicembre 2000, Ferentino 2001, pp. 118-119)


Nel novembre del 1929, in prossimità delle nozze, Ermini scrive a Lea: "Noi ci siamo avvicinati l'uno all'altro per farci del bene e perché questo era necessario, non davvero per far piacere agli altri e per finire nella sciocca apoteosi del matrimonio. Sarebbe una fine un po' misera questa".
(Massimo Ermini, Giuseppe Ermini nella vita privata, in Giuseppe Ermini: l'uomo, lo studioso, il maestro a cento anni dalla nascita, Atti delle giornate di studio 8-10 dicembre 2000, Ferentino 2001, p. 120)


Lea e Giuseppe costruirono il loro legame sul sentimento profondo dell'amicizia. Dice "Peppino", così veniva chiamato in famiglia, a Lea: "Io non intendo l'amicizia che nel senso pieno e più assoluto della parola, quale intera e completa corresponsione e fusione di spiriti, senza ombre, fondata su una stima e una fiducia che non abbiano limiti".

Nel periodo del fidanzamento Ermini era tornato più volte su questo argomento: "A me pare che sia un caso più che eccezionale, unico, quello di conoscere una persona e conoscerla tanto bene da poter riporre in questa la stima più assoluta sì da fare del suo pensiero parte integrante della nostra personalità". A Lea diceva: "È la sua (nel periodo del fidanzamento i due giovani si davano del "Lei") benedetta qualità di donna che si interpone fra noi e che smussa e smorza tante volte la netta espressione dei miei pensieri e dei miei sentimenti". E alla fine del 1929: "So di aver raggiunto con te quell'amicizia assoluta, senza limiti e senza ombre, che pareva dovesse rimanere soltanto nella mia fantasia. Trovata questa amicizia, non c'è più da aver paura di niente nella vita che ci siamo tracciata".

In questo modo Ermini esprime la convinzione nella forza migliorativa dell'amore e nella compenetrazione dei ruoli maschile e femminile. Ex duobus unum: Peppino e Lea così nella loro lunga vita matrimoniale, iniziata a Fabriano il 28 luglio del 1930 ed allietata da undici figli. Una fusione di corpi e di spiriti come invitava il motto riportato su una xilografia di Bruno da Osimo, dono che un frate fece per le loro nozze. In questa xilografia, cui Lea teneva molto, era raffigurato un altare avvolto da una gran fiammata.
(Massimo Ermini, Giuseppe Ermini nella vita privata, in Giuseppe Ermini: l'uomo, lo studioso, il maestro a cento anni dalla nascita, Atti delle giornate di studio 8-10 dicembre 2000, Ferentino 2001, p. 120-121)


Lea si ricongiunse all'adorato "Peppino" nel dicembre 1989, portando con sé un plico di lettere che, disse, avrebbe voluto rileggere con lui per ricordare insieme la loro "perfetta amicizia" terrena.