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Gerico crolla per rinascere Gerusalemme

bolla-celestiniana.jpgSono contento di essere in mezzo a voi e ho accettato volentieri l'invito rivoltomi dal vostro arcivescovo, anche perché c'è un legame storico tra la nostra e la vostra diocesi proprio per la figura di Celestino V. A Ferentino si trova l'eremo di San Celestino, da lui fondato e dove egli fu sepolto per alcuni anni, e nel monastero delle Clarisse conserviamo la reliquia con il suo cuore. Così non è solo la storia che ci lega, ma qualcosa di più intimo e profondo. Ricordo con commozione la solenne liturgia del 24 giugno, festa della natività di San Giovanni Battista, alla cui memoria il santo era particolarmente legato, e che ha visto la partecipazione di un folto gruppo della Confraternita dei Celestiniani dell'Aquila. Ma vorremmo unirci a voi in questo anno giubilare per celebrare gli 800 anni della nascita di Celestino V. Mi piacerebbe fare un pellegrinaggio della Diocesi all'Aquila e accogliervi a Ferentino. Anche la nostra diocesi celebra quest'anno un giubileo, che ricorda gli 800 anni del rinvenimento delle reliquie della nostra patrona, santa Maria Salome, una delle tre mirofore che il primo giorno dopo il sabato di buon mattino andarono al sepolcro di Gesù per ungerne il corpo e ricevettero per prime l'annuncio della resurrezione. Una bella coincidenza!


Il titolo che mi è stato proposto per questa conferenza contiene certamente diverse suggestioni. Vorrei solo soffermarmi su una di esse per introdurre la mia riflessione. Siamo di fronte a due città e, in un certo senso, a due estremi temporali e simbolici. Gerico, secondo alcuni la prima città del mondo, risalente a circa 7000 mila anni prima di Cristo, è il terminus a quo. Gerusalemme, città della storia, ma anche secondo il messaggio dell'Apocalisse l'ultima città del mondo, quella che scende dal cielo, da Dio, come una sposa adorna per il suo sposo, è il terminus ad quem. È la Gerusalemme celeste, dove alla fine dei tempi apparirà la vittoria definitiva di Dio sul male e sulla morte, come leggiamo al capitolo 21: "E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c'era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal cielo e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate" (21,1-4).


La caratteristica che faceva in passato di un agglomerato umano una città erano le mura, che garantivano protezione e sicurezza. Per questo l'opera principale che Neemia compie tornando a Gerusalemme nel periodo postesilico consiste nella ricostruzione delle mura (Ne 2ss). I profeti stessi avevano annunciato come un fatto essenziale per il senso stesso di Gerusalemme la ricostruzione delle sue mura. Così leggiamo in Is 54,12: "Farò di rubini la tua merlatura, le tue porte saranno di berilli, tutta la tua cinta sarà di pietre preziose" (cf. Is 60,10; 62,6). Ezechiele descrive le porte di Gerusalemme alla fine della sua profezia (48,30-35), mentre l'Apocalisse esalta la bellezza delle mura della città: "E' cinta di grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli di Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello" (21,12-14). E più avanti descrive le mura nella loro altezza e bellezza (vv. 15-21).


La Città protegge, dà sicurezza, ma soprattutto è luogo e simbolo di convivenza. Si capisce allora la tristezza che emerge da alcuni testi che piangono la distruzione di Gerusalemme, come il libro delle Lamentazioni: "Come sta solitaria la città un tempo ricca di popolo! È divenuta come una vedova. ... Piange amaramente nella notte, le sue lacrime sulle sue guance (1,1-2)". Mentre leggevo queste parole ho pensato alla vostra città, ma anche ai piccoli centri dell'Abruzzo toccati dal terremoto, e al dolore che sgorga dalle loro rovine. Ho pensato ai tanti che hanno perso la vita o a chi non ha più quanto possedeva. Quanto dolore in quella città e nei suoi abitanti, simile al vostro dolore. Eppure, quasi contemporaneamente, un profeta annuncia: "Esulta, o sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori, perché più numerosi sono i figli dell'abbandonata che i figli della maritata, dice il Signore. Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti, poiché ti allargherà a destra e a sinistra...Come una donna abbandonata e con l'animo afflitto, ti ha richiamata il Signore (Is 54,1-2.6). Nel dolore e nella sofferenza Dio non abbandona gli uomini. Voi lo sapete e la vostra fede vi ha dato una forza e una dignità che è stata di testimonianza per tutti. Forse oggi comprendiamo più a fondo il valore dell'essere insieme, di un convivere che si rende necessario in un mondo dove si innalzano steccati e muri per impedire che i diversi possano vivere insieme. La città è fatta per vivere insieme. Quando diventa luogo di divisione e di inimicizia ha perso il suo senso. Così ci attestano spesso i profeti del Primo Testamento.


Vorrei partire dalla realtà tragica della distruzione della prima città, Gerico, simbolo di tante distruzioni, per riflettere sulla forza del male che incombe minaccioso sulla vita degli uomini. E voi lo sapete. Conoscete la paura e l'incertezza che suscita. Gerusalemme stessa è stata forse una delle città che ha visto più guerre e distruzioni di qualsiasi altra. C'è una forza del male che si è abbattuta su di voi, come su quella Gerico distrutta che solo da lontano ci fa intravedere la Gerusalemme futura.


Forza del male e responsabilità umana


Il terremoto è una delle tante espressioni della forza del male che talvolta sembra dominare il mondo. Anche la Bibbia ne dà testimonianza qua e là. Viene improvviso, è devastante, travolge uomini e cose, accomuna tutti alle sue tragiche conseguenze. Certo, oggi non è più come ai tempi della Bibbia. Ci sono possibilità di monotiraggio e di una certa previsione. Soprattutto ci sono strumenti che permettono edifici più sicuri del passato. E qui entra in gioco la responsabilità umana, su cui molto si dovrebbe dire, ma non è mio compito affrontare questo argomento. la Bibbia pone una connessione stretta tra ordine cosmico e ordine etico. L'uno influisce sull'altro. La responsabilità umana davanti alla creazione non è indifferente per gli esiti che l'ordine cosmico può avere sull'umanità.


Ho riflettuto molte volte sui primi capitoli del libro della Genesi, nei quali emerge in maniera evidente questa connessione. Questi capitoli racchiudono in poco spazio il mistero dell'esistenza: la presenza del bene, che Dio volle dall'inizio, ed anche del male, che contrasta il bene; il progresso umano, indispensabile per la vita degli esseri viventi, ma nello stesso tempo irto di contraddizioni; la giusta separazione dei popoli insieme alla confusione delle lingue che sembra impedire la convivenza; l'esistenza di fratelli che viene posta sotto il segno della violenza; la bellezza e la bontà della creazione minacciata dal male e dalla violenza che provoca il diluvio e  l'annientamento degli esseri viventi.


Proprio nei capitoli 6, 7 e 8 il libro della Genesi descrive quasi in modo minuzioso quanto avvenne nel mondo, quei pochi che si salvarono, in verità più animali che uomini, e i tanti che perirono sommersi dalle acque. Che cosa è il diluvio se non l'esatto contrario della creazione, che Dio aveva voluto come una cosa bella e buona, ordinata secondo i vari elementi che la componevano: luce e tenebre, giorno e notte, acque superiori e inferiori, acque e terra asciutta, vegetali e animali di ogni specie, uomo e donna? Nel diluvio avviene l'opposto di quanto Dio aveva disposto nella creazione: le acque superiori (quelle che cadono dal cielo con la pioggia) e quelle inferiori dei fiumi e dei mari si unirono e invasero la terra asciutta, che Dio aveva separato dalle acque.


Questo racconto drammatico, su cui il testo biblico si sofferma abbastanza a lungo, ci descrive una realtà che percorre i tempi e la storia: la violenza umana provoca lo sconvolgimento della creazione e la sua distruzione. È la corrispondenza tra ordine etico e ordine cosmico: se l'uomo compie il male, se cede all'ingiustizia e alla violenza, sconvolge quell'ordine che Dio aveva voluto e che il testo biblico aveva così ben descritto nel racconto della creazione del primo e del secondo capitolo della Genesi. Non c'è bisogno di dimostrare quanto questa constatazione sia vera anche oggi. Tutti assistiamo al sovvertimento della creazione a causa dell'azione dell'uomo che cerca di piegarla al suo volere e talvolta al suo interesse egoistico, fatto salvo il giusto impegno per il progresso dell'umanità e per il valore innegabile delle scoperte scientifiche che lo rendono possibile. La pagina biblica sembra avvertire gli uomini di tutti i tempi di non dimenticare mai il legame inscindibile tra sfruttamento delle risorse e responsabilità per il creato, onde evitare che la creazione si rivolti contro la violenza che subisce da parte dell'uomo. C'è bisogno di una "conversione ecologica", come ricorda il messaggio per la giornata della salvaguardia del creato della Conferenza Episcopale Italiana:  "Se prendiamo coscienza del peccato, che nasce da un rapporto sbagliato con il creato, siamo chiamati alla "conversione ecologica", secondo l'espressione di Giovanni Paolo II".


Dio non volle che tutto finisse a causa dell'uomo. Noè è il simbolo della volontà benefica di Dio, che torna a benedire quell'unico giusto, colui che aveva resistito alla violenza. Stabilisce una legge contro la violenza: "Chi sparge il  sangue dell'uomo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo." (Genesi 9,6) Si ribadisce la ragione ultima della non violenza ripetendo le parole che Dio pronunciò allorché creò l'uomo e la donna: l'uomo e la donna sono fatti ad immagine di Dio, la loro vita è sacra, in loro c'è l'impronta, la presenza, il volto di Dio. Nessuno può eliminare la vita dell'altro. E poi Dio stabilisce l'alleanza con loro: "Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall'arca. Io stabilisco la mia alleanza con voi, non sarà più distrutto nessun essere vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra." Dio pose nel cielo l'arcobaleno come segno dell'alleanza, dell'amicizia tra Dio e gli esseri viventi. Il testo ebraico usa la stessa parola "arco", che era strumento di guerra, per indicare l'arcobaleno. Dio lo pone nel cielo come a ricordare che anche uno strumento di violenza e di guerra può essere trasformato in segno di pace. Guardandolo, Dio ricorderà l'alleanza che lo lega all'uomo e noi potremo guardare con speranza al futuro della creazione e dell'umanità, confidando nella volontà di bene del Signore.


Una riflessione simile a quella della Genesi appare anche nel libro di Amos, il quale indica nell'ingiustizia sociale, soprattutto verso i poveri, la causa di uno sconvolgimento dell'ordine del creato. Le parole di Amos sono una provocazione per una società come la nostra che si proclama civile, mentre prova scarso interesse per milioni di uomini e donne attanagliate dalla miseria e dalle malattie, lascia perire centinaia di persone nel Mediterraneo senza eccessivo scandalo, elimina bimbi ancora nel seno materno come se fosse normale, abbandona e lascia morire vecchi o disabili ritenendoli inutili se non dannosi per una razza di uomini e donne forti e autosufficienti. Dice il profeta: "Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l'efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano. Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe. Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere. Non trema forse la terra per questo, sono in lutto tutti i suoi abitanti, si solleva tutta come il Nilo, si agita e si abbassa come il Nilo d'Egitto?" (Am 8,4-8). Il profeta coglie la connessione tra ingiustizia sociale, causata da un commercio iniquo e da un arricchimento sfrenato e senza regole, e sconvolgimento della creazione. Bisogna riflettere su questo, non certo per affermare che la causa del terremoto è l'ingiustizia commessa dagli abruzzesi (troppo facile incolpare gli altri, soprattutto chi soffre), o addirittura che esso è la punizione di Dio per il peccato, ma per affermare che l'umanità non ha spesso coscienza chiara delle conseguenze delle sue scelte etiche, che rischiano di sconvolgere l'intero pianeta. È sotto gli occhi di tutti quanto sta avvenendo a livello planetario per l'uso improprio e sfrenato, fuori controllo, delle risorse. E quanto è difficile trovare un accordo per l'incapacità a rinunciare a una parte di benessere da ottenere subito mentre si mette a rischio un benessere più stabile nel futuro. Speriamo che i governi mantengano fede alle scelte in favore dei paesi poveri fatte durante il G8 proprio qui all'Aquila, perché non rimangano lettera morta!


 
Nel dramma della storia la presenza di Dio


Anche nel Nuovo Testamento è viva la coscienza del male che attanaglia l'uomo e la creazione. La Chiesa, corpo di Cristo, non vive al di fuori della storia e del mondo. Siamo parte della creazione, di una realtà più grande di ognuno di noi. Non siamo solo legati gli uni gli altri, ma apparteniamo alla creazione.


Il testo della Lettera ai Romani al capitolo ottavo descrive bene questo rapporto. Scrive Paolo: "Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L'ardente aspettativa della creazione, infatti, protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità - non per sua volontà, ma per volontà di colui che l'ha sottoposta - nella speranza che anche la stessa  creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo" (8,18-23). Il credente ha ricevuto uno spirito di adozione, che libera dalla paura e guida l'uomo dentro le sofferenze della creazione, che attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio, essa che è sottomessa alla caducità. Il creato e l'uomo partecipano alla sorte l'uno dell'altro. La vita della creazione è caduca, finisce, si corrompe. Per mostrare questa sofferenza della creazione, Paolo dice che geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; e anche noi gemiamo interiormente, aspettando l'adozione a figli. Sono due gemiti intrecciati. Le sofferenze del creato, le sue tragedie, lo sfruttamento della terra e dei popoli sono come il gemito di Israele in Egitto, descritto in Es 2,23-24: "I figli d'Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti". Come sentirsi  coinvolti nel gemito della creazione, cui partecipiamo? Il pericolo quotidiano è di scorrere in una vita in cui il gemito della creazione e dei popoli rimane estraneo, al di fuori del nostro orizzonte, lontano. Anche i cristiani del nostro mondo ricco rischiano di non cogliere questo gemito: la società sembra quasi infastidita dal gemito di chi soffre, non lo sopporta se non per poco. Basta osservare il modo sprezzante con cui si parla dei mendicanti o degli stranieri sui giornali o la facilità con cui scompaiono le immagini di dolore trasmesse dalla TV.  Si vive nel proprio piccolo mondo, si gioca con le proprie sensazioni, si fa molta psicologia su se stessi come se ognuno fosse sempre il centro del mondo e della vita. Purtroppo in questo meccanismo ci si trova anche da cristiani, quando ad esempio le nostre istituzioni diventano l'unica preoccupazione delle nostre discussioni e dei nostri programmi. Non siamo chiamati a vivere rinchiusi nella realtà in cui siamo, ma a servirla. Quando si vive ossessionati dalle cose, se ne resta dominati. Spesso si conduce un'esistenza fuori dal dramma della realtà e del mondo. Penso alle immagini di sofferenza, persecuzione, lotta, che ci propone il libro dell'Apocalisse. Viviamo all'interno di un dramma. La storia è drammatica. Sembra talvolta che l'umanità abbia bisogno di eventi tragici per essere svegliata a una coscienza più vigile del male e della sofferenza di tanti e alla conseguente compassione che i sofferenti dovrebbero suscitare. Il vero e unico dramma non siamo noi stessi, tanto meno siamo le vittime di un mondo avverso. Il male spesso ha perso contorni e oggettività. Motivazioni e giustificazioni per il male si trovano sempre. Si ha come paura a interrogarsi, a porsi le domande fondamentali sulla forza del male nella vita del mondo. Si abbandonano i vecchi, perché ormai inutili in una società mercato e utilitarista, in cui conta ciò che appare, il bello, il ricco, il forte, il furbo...Anzi oggi ormai in molti paesi l'eutanasia è legge. La domanda sul male va di pari passo con quella su Dio: perché Dio permette il male? Dov'è Dio di fronte alla sofferenza di tanti e alle tragedie della storia? Ed anche: dov'è l'uomo, dov'è l'umanità? Era la domanda di Giobbe, che solo alla fine del suo parlare e dialogare scopre che non solo Dio non è stato la causa della sua sofferenza, ma anche che Dio non lo ha abbandonato e gli è stato vicino. Giobbe tuttavia, preso da se stesso e non aiutato dagli amici, non se ne era reso conto. Non ci sono risposte scontate al male e alla sofferenza. Il cristiano trova la risposta al male nella preghiera, nelle pagine della Scrittura, in un confronto continuo con la forza del male che elimina gente innocente, con una sofferenza che va al di là di noi.


Bisogna cogliere la profondità del discorso di Paolo: siamo all'interno del dramma della creazione. C'è anche un'ignoranza rispetto alle manifestazioni e alla forza del male, che si trasforma presto in indifferenza e paura. I cristiani invece debbono esserne coscienti, parlarne; è un'ignoranza che dobbiamo sconfiggere, aiutando gli altri a superarla. Oggi ci si piange addosso: il lamento e il vittimismo sono diventati il pane quotidiano anche di chi sta certo molto meglio di altri. Ci si piange addosso inconsapevoli che c'è chi piange davvero, che c'è un gemito che viene dal dolore di tanta gente, come dice il profeta Geremia: "Rachele piange i suoi figli;lei rifiuta di essere consolata dai suoi figli, perché non sono più" (Ger 31,15). Anche da voi si è alzato un gemito e vorrei che lo continuassimo ad ascoltare per non dimenticarvi. La Chiesa può essere una voce profetica in questo mondo di indifferenza. Qui si tocca un grande problema della vita: la scarsa capacità di soffrire e gemere per e con gli altri, di vivere la com-passione, di assumersi cioè la vita dei sofferenti. Si anela poco a una liberazione che viene da Dio, poco si attende la liberazione decisiva della storia, perché poco si è dentro una storia che va oltre me stesso e che conserva la memoria biblica della schiavitù da cui tutti veniamo, come Israele veniva da quella dell'Egitto. L'attesa del Signore è un fatto determinante per il cristiano. "Vieni, Signore", perché la tua venuta è l'unico modo per sconfiggere il male alla radice. L'attesa ridimensiona il tuo presente. Esiste un futuro, il Signore verrà. In mezzo a tanta sofferenza il discepolo sa che il Signore verrà. Il libro dell'Apocalisse, dentro il dramma di una storia combattuta, conclude con l'invocazione: "Vieni, Signore Gesù". La sofferenza di tanti ci aiuta a tenere viva l'attesa del Signore. Non dimettiamo questo senso dell'attesa.


Paolo insegna ad uscire da una coscienza troppo ristretta di noi stessi, indica una via: "Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio". L'espressione dell'apostolo è liberante, perché coglie il nostro bisogno. Lo Spirito Santo intercede e geme per noi con insistenza. Queste parole ci fanno intendere il valore della preghiera come prima risposta al gemito della creazione. Il gemito, il lamento, diventano preghiera. Quante volte l'Apostolo insiste sulla preghiera incessante, chiede e promette preghiere (Cf. Fil 4,6; 1 Tes 5,17.25). La preghiera è la forza del credente; nella debolezza è la nostra forza. Mette in comunione con Dio,  riveste dei sentimenti di Dio, rende uomini universali, fa guardare oltre il mondo limitato in cui siamo. Nella preghiera, il gemito diventa forza di rinnovamento. La preghiera abbatte i muri che separano e rendono nemici. I Salmi sono l'espressione di uomini e donne che nella preghiera trovano la via di Dio. Tutto, posto davanti a Dio, si innalza verso di lui. I Salmi esprimono una vita vissuta con Dio, che si eleva verso di lui. Se si perde il valore e il senso della preghiera, il cuore si impoverisce ed il nostro operare inaridisce. Non basta correre da un impegno ad un altro. Il  cristiano, è innanzitutto un uomo di preghiera. Se non lo diventa, la sua azione sarà più sciatta, la sua vita dominata dal materialismo, ma priva di quella forza spirituale che sola aiuta e cambia.


La preghiera insegna a lottare contro il male. La lettera agli Efesini contiene quel passo bellissimo che ci dà tanta forza e speranza: "Per il resto, rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l'armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete dunque l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada  dello Spirito, che è la parola di Dio. In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi" (6,10-18). Ci sono Principati e Potestà, dominatori di questo mondo, spiriti del male. Esiste cioè un dominio del male che agisce nel mondo e di cui è necessario essere consapevoli per resistere e lottare. Paolo, che era debole nel corpo ma forte nello spirito, ci indica in maniera semplice ma convinta la via. Per ben due volte invita a indossare e prendere l'armatura di Dio, non la nostra armatura che ci vorrebbe generalmente contrapposti agli altri, nemici e non amici: ai fianchi la verità, per corazza la giustizia, per calzari il vangelo della pace, per scudo la fede, per elmo la salvezza, per spada lo Spirito, che è la parola di Dio. Insomma, una bella armatura spirituale che permette all'apostolo di invitare i cristiani a combattere la buona battaglia contro il maligno facendo il bene. Questa è la forza dei cristiani. Questa è la nostra forza, quella che ci conduce alla Gerusalemme celeste, che scende da Dio e che ci permette di guardare al futuro con speranza e non con rassegnazione.



La Gerusalemme celeste



La Gerusalemme celeste non è un sogno, ma è una realtà che racchiude una storia di amore, quella che Dio ha avuto per il suo popolo e per tutta l'umanità e che per noi cristiani è culminata nella vicenda di Gesù di Nazaret, morto e risorto per noi. Essa rappresenta anche una storia di dolore e di sofferenza, una lotta ingaggiata da Dio stesso contro il potere del maligno. Per questo Apocalisse  21 canta la vittoria definitiva di Dio, quando ci sarà un cielo nuovo e una terra nuova. Siamo di fronte a una nuova creazione: un cielo nuovo e una terra nuova, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi; e poi ancora: "Colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose"; e infine: "perché le cose di prima sono passate".


Nella nuova Gerusalemme Dio verrà a porre la sua abitazione, come già aveva annunciato Ezechiele che parlava davanti alla Gerusalemme distrutta, quando chiamò la città: "Là è il Signore". Allora avverrà la sconfitta della forza prepotente del male: "E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno". Gerusalemme scende dal cielo, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. In essa sarà sancita l'alleanza tra Dio e l'umanità, come ai tempi di Noè: "Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli, ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio".


Questo è il nostro futuro. Abbiamo bisogno di tenere davanti agli occhi questa visione, per non vivere schiacciati dal presente, dal dolore, dalla forza terribile del male. La Gerusalemme nuova non è una speranza vana. Essa va attesa, ma in un certo senso nell'attesa va anche costruita nella storia, nelle vicende piccole o grandi che ci riguardano, non accettando mai di vivere prigionieri di quello che riusciamo a vedere e a capire, non rinunciando a rendere le nostre città e i nostri paesi luoghi di convivenza e di solidarietà. Dio è più grande del nostro cuore ed anche del nostro dolore. E soprattutto la sua parola non ci inganna, come ci ingannano spesso le parole degli uomini.
 


Sono convinto che, in un tempo di individualismi e di etnicismi, in cui si sottolinea ciò che distingue e separa dagli altri, fosse la lingua, la cultura o i confini geografici, voi nel dolore che vi ha colpito potete mostrare la forza dell'unità e della solidarietà. Di questo spirito la Chiesa deve essere maestra, perché segno di unità e di comunione per il genere umano. Non cedete all'egoismo di chi cerca solo di mettere al sicuro solo se stesso. Afferma Benedetto XVI nell'enciclica Caritas in veritate: "Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l'uno accanto all'altro. ... La creatura umana, in quanto essere spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale" (n. 53).


Dopo l'esilio a Babilonia, la Bibbia ci parla di due personaggi, Esdra e Neemia, che lavorarono con fatica per ricostruire Gerusalemme. Quanti ostacoli interni ed esterni incontrarono! La città portava ancora i segni della distruzione sebbene fossero passai già decine di anni. Eppure la loro tenacia e la loro fede furono la loro forza. Credettero possibile l'impossibile. Radunarono tutto il popolo, come avete fatto voi e farete soprattutto in questo anno giubilare, e ritrovarono nel libro antico della parola di Dio il perdono di Dio e una forza di rinnovamento e di unità. Lo lessero e spiegarono a tutta la comunità e dissero parole che sembrano rivolte a noi: ... "questo è giorno consacrato al Signore. Non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza" (Neemia 8,10).E dopo aver letto e ascoltato la parola di Dio, indirono un giorno di digiuno e di penitenza per chiedere il perdono di Dio (Neemia 9). Dice un rabbino ebreo contemporaneo a proposito del perdono umano: "Perdono significa che non siamo destinati a ripetere all'infinito le ingiustizie di ieri... Non sarebbe un'esagerazione dire che il perdono è la testimonianza più coinvolgente della libertà dell'uomo.... Di fronte alla tragedia, il perdono è la contronarrazione della speranza" (J. Sacks, La dignità della differenza, pp. 195-196). Se questo è il senso profondo del perdono umano, quanto ancor più grande sarà il perdono che Dio ci concede per farci ritornare in comunione con lui e con i fratelli.


Cari amici, la gioia del Signore è la vostra forza anche nel dolore e nella privazione. Il perdono che Dio concede nella Perdonanza Celestiniana, la cui caratteristica era proprio l'universalità, è per tutti noi una forza di cambiamento del cuore, perché è dal cambiamento di noi stessi che sarà possibile anche cambiare il mondo. Chiediamo al Signore di aiutarci perché insieme possiamo essere ricostruttori di città e di paesi a partire dall'amore che ci lega e dalla fede nel Signore che ci vuole tutti parte della Gerusalemme celeste, che già fin da oggi possiamo vivere e costruire nella comunione con Dio e con l'umanità.

  
+ Ambrogio Spreafico
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