Fonti interne
Bonum est faciendum
et persequendum
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     La "lingua" usata da tutto un popolo è il complesso di parole e locuzioni che permette all'essere umano di rappresentare  tutte le esperienze possibili ossia esprimere e scambiare emozioni, concetti, sentimenti. Perciò essa è un "organismo" dinamico, che cresce, si aggiorna e si arricchisce coerentemente con lo sviluppo della cultura, dell'arte, della scienza e della tecnica.

     Anche il dialetto, cioè la "lingua comune", non è una lingua statica, perché scaturisce dalla somma di linguaggi sedimentati, costruiti nel tempo per corrispondere a pensieri correlati a necessità contingenti e a progetti di vita da realizzare in una ristretta comunità umana, all'interno della più ampia collettività nazionale. Il dialetto è, infatti, la formulazione sonora di idee e sentimenti che nascono dalla geografia dei luoghi vissuti, dall'esperienza di vita che si svolge nelle città, negli spazi abitati e condivisi. Passato e presente sono condensati nel linguaggio dialettale, veicolo del pensiero e della storia che lo ha determinato, "luogo" di creazione di immagini di grande evidenza ed efficacia, che trovano nobile espressione nella sua declinazione poetica.

     Il dialetto non deve morire, perché la sua scomparsa comporterebbe l'azzeramento delle culture locali e delle specifiche identità. Se si verificasse questo esito infausto, si determinerebbe una situazione catastrofica paragonabile a quella provocata da un'alluvione o da un terremoto terribili: il nuovo progetto sociale per ricostruire la civiltà locale rischierebbe di essere senza fondamenta, non avendo il supporto di una tradizione sedimentata nel tempo, sorgente di consapevolezza dell'identità cittadina e fonte per l'educazione alla cittadinanza attiva. Non si può affrontare il mondo né essere liberi di accettare e contribuire costruttivamente alle inevitabili trasformazioni epocali, se non si è consapevoli della propria identità spirituale, linguistica e culturale.

     I nostri tempi, purtroppo, sono funestati dalla globalizzazione culturale, che rischia di schiacciare le collettività più deboli, e dal monolinguismo diffuso, che produce l'isterilimento del pensiero. Tuttavia assistiamo anche, e con piacere, ad un inizio di riscossa del "sentimento di appartenenza": aumenta il numero di scrittori in vernacolo, rinascono l'interesse e il gusto per il parlare dei Padri.

     Chi può tenere in vita il dialetto è in primo luogo il popolo che lo ha forgiato e temprato nel crogiolo della sua storia e che deve essere pronto oggi ad affrontare la sfida culturale del futuro, nella dinamica tensione, che rende la lingua un organismo vivente, flessibile testimone nel tempo delle trasformazioni della civiltà umana. Tenere in vita il dialetto, pur rispettando le inevitabili modifiche determinate dal flusso continuo della modernità, significa anche custodire i suoni, registrare il parlato, assicurare una corretta scrittura dei testi secondo criteri fonetici, che permettano di leggere la lingua dialettale nei suoi autentici valori sonori. In tal modo si consente anche a lettori di altre aree culturali l'ascolto della musicalità linguistica del testo, spesso traccia di antiche costruzioni sintattiche, soprattutto latine, trasformate nei secoli dall'uso popolare.

     A conferma di ciò il dialetto ferentinate offre una molteplice gamma di parole e frasi idiomatiche di evidente matrice latina. Per brevità valga come esempio l'intonazione peculiare del dialetto ferentinate che interessa le parole in fine di frase, alle quali in determinate circostanze comunicative, viene aggiunta la desinenza "-aA" in fine di parola. La pronuncia di tale vocale viene strascicata e modulata con un innalzamento di tono.

     Chi vive a Ferentino è abituato a tale consuetudine linguistica e non si meraviglia della particolare intonazione, perché è parte integrante del suo patrimonio linguistico di appartenenza. Certamente l'espressione suscita curiosità e a volte anche ironica presa in giro da parte di chi dall'esterno non condivide il medesimo patrimonio culturale.

     Era il 1980 quando io stessa mi avvidi di tale peculiare caratteristica, che sembra essere ritenuta come elemento distintivo dei ferentinati DOC. Ero con i miei fratelli a Frosinone e incontrammo un amico, che affettuosamente ci salutò intonando la parola "Ferentin-A?" La pronuncia non era perfetta e, perciò, rimasi sorpresa nell'ascoltare parola mai da me udita nel dialetto della mia città. Incredula che potesse essere corrispondente alla realtà del dialetto ferentinate, chiesi spiegazioni ai miei fratelli, i quali mi spiegarono che gli abitanti dei diversi paesi della provincia di Frosinone erano divertiti dalla nostra "cadenza" dialettale, tanto diversa dalla loro. 

     Cominciai a prestare attenzione ai suoni del dialetto ferentinate e mi resi conto che l'intonazione e il particolare strascinamento della A si usano solo nelle domande con risposta incerta. Per esempio: "S'i d' Frintin - aA?" (Sei di Ferentino?), "T'é fam - aA?" (Hai fame?), "S'i capit - aA?" (Hai capito?) e così via.

     Mi domandai per quale motivo nel dialetto della mia città fosse in uso tale particolare forma interrogativa? La risposta la trovai nella lingua latina. Infatti nelle proposizioni interrogative indirette disgiuntive latine, cioè quelle rette dai verbi "chiedere" e "interrogare" o dai verbi dubitandi, si usano determinate particelle grammaticali, spesso monosillabiche e non autonome perché atone. Queste ultime formano unità con la parola che le precede. Si vedano gli esempi nello schema di seguito indicato (le particelle sono evidenziate con il carattere grassetto):


Es.: Ti domando se sei uno schiavo o un uomo libero    

1. Ex te quaero utrum servus sis an liber

2. Ex te quaero servusne sis an liber

3. Ex te quaero servus sis an liber

4. Ex te quaero servus sis liberne


 

Quando il secondo membro è introdotto da "o no" nel latino classico si rende per lo più con "necne"

Es.: Sitne malum dolēre necne, vidĕrint Stoici (Cic.).

 
Se il dolore sia un male o no, lo vedranno gli Stoici.  

                   (Da: Vittorio Tantucci, Ad Altiora, morfologia e sintassi, Bologna 1972, vol. unico, p. 405)


     Nell'uso informale e sbrigativo del linguaggio familiare e dialettale la legge della semplificazione ha determinato nel tempo l'eliminazione della proposizione principale ("Ti domando") e la permanenza del monosillabo an appoggiato all'ultima parola della frase, per evidente facilitazione fonetica. Possiamo riconoscere lo stesso fenomeno nell'uso del nè nelle espressioni dialettali delle regioni dell'Italia settentrionale, sottolineato dall'inequivocabile intonazione interrogativa.

     Nel caso ferentinate, anche noi verifichiamo come la sonorità del dialetto assicura non solo l'identità ciociara, ma il legame forte che unisce la nostra cultura a quella di Roma eterna e, di conseguenza, a quella delle altre comunità italiane e delle stesse nazioni europee che la civiltà romana nel corso dei secoli per mezzo della lingua ha attraversato e fecondato.

                                                                                                         

                                                                                                          Maria Teresa Valeri