I ricordi di monsignor Salvatore Boccaccio quando visitava il carcere di Rebibbia. Il racconto del cappellano di Regina Coeli, dove Giovanni Paolo II celebrerà il Giubileo dei carcerati. E quella volta che Giovanni XXIII superò quel portone e abbracciò un ergastolano

di Gianni Valente

La rotonda di Regina Coeli, alle nove di domenica mattina, si trasforma in una delle chiese di Roma con la più alta percentuale di parrocchiani presenti alla messa. Arrivano da tutte le sezioni, italiani, slavi, africani, e tutti i latinoamericani. Sono quasi trecento. Se si tolgono gli oltre trecento musulmani e i tanti che per vari motivi non possono lasciare le celle, saranno più o meno la metà degli abitanti di questo rione romano chiuso dietro le sbarre. Padre Vittorio Trani, il cappellano, li guarda e li saluta a uno a uno, mentre si mettono in cerchio intorno all'altare e provano i canti. Di una cosa, soprattutto, appare contento: «Chi viene qui», sussurra, «viene in libertà. Già tutto il resto della vita carceraria è segnato dal peso della coercizione, sarebbe da matti forzare anche minimamente la mano». Forse è per questo che tutta la messa è percorsa da questa premura di non urgere, di accennare alla liberazione cristiana come una cosa semplice e reale, di cui si può godere anche in galera. «Tutti, qui e fuori di qui», dice in predica padre Vittorio, «abbiamo bisogno di incontrare un filo d'oro da seguire e a cui aggrapparci. E può accadere dovunque, anche in ognuna delle vostre celle. L'apostolo Paolo, quando Pietro lo andava a trovare, anche in prigione godeva del volto del Padre, che ci guarda anche quando lo bestemmiamo e gli sputiamo in faccia. Che non invade con la forza le nostre vite, se noi lo mettiamo da parte». Alla fine, c'è l'avviso che in settimana alcuni sacerdoti passeranno di cella in cella per quelli che vogliono confessarsi. «Lo so» ridacchia padre Vittorio «che in galera parlare di confessioni puzza un po'... ma non vi preoccupate, noi preti abbiamo il vincolo sacramentale, non parliamo neanche se ci ammazzano... E poi non serve fare tanti discorsi. Basta dire: Signore, ho sbagliato, perdonami. E il Signore, se il cuore è sincero, perdona».
Scrive il poeta francese Charles Péguy: «Proprio le persone più oneste, o insomma coloro che amano ritenersi tali, non hanno essi stessi difetti nell'armatura. Non sono feriti. La loro pelle morale sempre intatta dà loro un cuoio e una corazza senza difetti. Non presentano quell'apertura alla grazia che è essenzialmente il peccato. Le "persone oneste" non si lasciano bagnare dalla grazia. Ciò che si definisce morale dà uno strato che rende l'uomo impermeabile alla grazia. Da ciò deriva che la grazia agisce sui più grandi criminali e rialza i più miseri peccatori. Perché essa ha cominciato col penetrarli, col poterli penetrare... La stessa carità di Dio non medica colui che non ha piaghe. È perché un uomo era caduto che il samaritano lo rialzò. È perché la faccia di Gesù era sporca che Veronica la asciugò col suo fazzoletto». In vent'anni che fa il cappellano qui a Regina Coeli, padre Vittorio tante volte ha sbirciato tra i corridoi squallidi e le celle in disordine gli accenni di questa misteriosa operazione molecolare, per cui la grazia penetra nella ferita aperta di tanti che sono caduti. Racconta - senza fare nomi, con discrezione, perché non sono trofei da mettere in mostra - di carcerati che in galera hanno incontrato il dono della fede cristiana. Di uno che addirittura, uscito da qui, si è fatto monaco benedettino. Accenna a celle in cui i detenuti, la sera, leggono il Vangelo o recitano insieme il rosario. E di come, quando qualcuno qui dentro si battezza o fa la comunione e la cresima, diventa una festa per gli altri compagni di reparto, anche i più lontani e indifferenti. Regina Coeli è diventato un convento di educande? Padre Vittorio sorride: «Qui tutti sanno di non essere angioletti. In carcere, come dire, si vive più nudi, con le spalle al muro, nessuno può far finta di essere un benemerito del dovere e della virtù. Ma proprio in questa condizione talvolta riaffiora un presentimento, l'attesa di un dono gratuito, di una felicità donata da chi non si scandalizza della nostra cattiveria. Qualcosa che magari si era intravisto quando si era bambini; e che poi le circostanze e le sfortune della vita hanno portato lontano... Mi viene in mente questo, vedendo come ci accolgono nelle celle, quando prima di Pasqua passiamo per le benedizioni. O con che cura e passione, a Natale, alcuni nelle diverse sezioni mettono su il presepe. Negli anni passati abbiamo fatto anche dei concorsi per il presepe più bello, ce n'erano di bellissimi...».

La croce del vescovo
C'è chi entra in galera perché ruba, spaccia o ammazza. E a chi capita di entrarci perché è diventato vescovo. Quando nell'87 il prete romano Salvatore Boccaccio, adesso alla guida della diocesi di Frosinone, divenne vescovo ausiliare della capitale, si accorse che nel settore a lui affidato rientrava anche il polo penitenziario di Rebibbia. «Gli abitanti del quartiere, intendo quelli liberi, si vergognavano, e per dire dove abitavano ricorrevano sempre a giri di parole: abito accanto a Ponte Mammolo, vicino a San Basilio, sotto a Casal dei Pazzi...». Invece, per monsignore, gli incontri con le sue "pecorelle nere" chiuse sotto chiave, furono di quelli che segnano la vita. «Visitai il "penale" che ero vescovo da dieci giorni. C'era anche Nicolò Amato, allora direttore delle carceri. Due ragazzi che avevo conosciuto quando ero nella parrocchia di San Giovanni Battista de Rossi, al Borghetto latino, mi vennero incontro: "Don Salvatore! non ci riconosci? siamo noi!". Poi si rivolsero ad Amato: "A diretto', questo è er prete che ci ha tirato su!". E lui, di rimando: "Complimenti, eccellenza, per l'ottima riuscita!". Poi, uno dei due mi abbracciò, e tutti si misero a ridere. Io allora dissi: "Scusate, che c'è da ridere, questo poveretto vuole abbracciare il suo vescovo...". E gli altri: "Sì, ma guarda che t'ha fatto!". In effetti, con quell'abbraccio, mi si era portato via la catena con la croce...». Tra gli incontri che monsignor Boccaccio ricorda con commozione, c'erano quelli con le detenute che tenevano con sé, in carcere, i bambini piccoli: «La legge italiana prevede che il bimbo possa stare con la mamma per il primo periodo, e poi va in istituto. Ricordo con quale tenerezza le carcerate tenevano i loro bambini in quegli ambienti squallidi. Le pareti erano tappezzate di immagini, di volti ritagliati dalle riviste, di disegni di città immaginarie. Le mamme cambiavano di continuo questa scenografia variopinta, per dare ai bambini l'impressione di un mondo sempre diverso, sempre in movimento, quel mondo che i piccoli, chiusi lì dentro, non avevano la possibilità di vedere. Le celle erano sempre aperte. Anche le agenti di custodia, tutte donne, non portavano neanche la divisa e non si riusciva a distinguerle dalle detenute. Mostravano una grande umanità verso quei bambini costretti a pagare la pena della madre, con un destino già segnato fatto di affetti strappati, di affidi, di giri negli istituti per minori». Il giorno della Befana, poi, il carcere si apriva anche ai figli degli altri detenuti. «I papà avevano lavorato sodo per allestire e ornare lo spazio della festa, con una grande delicatezza per i loro bambini. Questi mostravano ai papà i quaderni coi compiti e i voti più belli che avevano preso a scuola. E i papà portavano gli oggetti che avevano costruito in laboratorio, li mostravano con orgoglio ai loro piccoli. Poi, si pranzava tutti insieme, con un menù speciale offerto da un'azienda di ristorazione...». Per la premura verso i suoi amici di Rebibbia, in quegli anni, Boccaccio non esitò anche a importunare i superiori: «Convincemmo il cardinal vicario Ugo Poletti a scrivere una lettera ai detenuti, in cui si difendevano i benefici concessi dalla legge Gozzini, che alcuni, in Parlamento, volevano abolire. Portai una copia della lettera a tutti i magistrati di sorveglianza. E poi andammo a leggerla nei vari reparti del carcere. Quel giorno ero in veste ufficiale. Portavo la tonaca filettata, la fascia rossa, e tutto l'armamentario. C'era anche Renato Curcio, l'ideologo delle Brigate rosse. Mi guardò e mi disse: "Vedo che ti trovi a disagio, dentro quella divisa. Forse, allora puoi comprendere meglio anche il nostro disagio, quando ci ritagliano addosso come un vestito le etichette del nostro passato, e pretendono che ci rimaniamo chiusi dentro per tutta la vita..."».

Il Papa buono e l'ergastolano
Nella rotonda di Regina Coeli c'è una targa incastonata nel muro che ricorda quel giorno. Era il 26 dicembre '58, festa di Santo Stefano, quando Angelo Roncalli, papa da pochi mesi, salì anche lui i famosi scalini del carcere di via della Lungara. Per il resto dei suoi giorni dirà messa usando il messale che gli regalano i carcerati in quell'occasione, o quello che gli sarà donato dai detenuti del carcere francese di Melun. Nel suo diario, a quella data, Giovanni XXIII scrive: «Queste sono le consolazioni del Papa: l'esercizio delle 14 opere della misericordia». Il giorno prima aveva visitato i piccoli ammalati dell'ospedale Bambin Gesù. Uno di loro, vedendolo vestito col mantello rosso, si era messo a gridare: «Evviva Babbo Natale!». Ma erano 88 anni che un Papa non si avvicinava ai reclusi. Che in verità lo accolsero con una certa freddezza, malcelata dall'Adeste fideles intonato dal coro e dall'enfatico indirizzo di benvenuto che il protocollo aveva dato da leggere a un detenuto con la voce da attore. Poi, tutto si sciolse quando il Papa cominciò a parlare, improvvisando. Iniziò descrivendo quel posto di poveri reietti come «la casa del Padre»: «Miei buoni figlioli e cari fratelli, poiché siamo nella casa del Padre, anche se in questa circostanza si esprime quanto nella casa del Padre ci può essere di mesto e di penoso...». Poi accennò a un episodio che lo aveva segnato da piccolo, la vicenda di un suo parente che era finito dentro (vicenda sconveniente per un papa, e infatti nei resoconti dell'Osservatore Romano un prudente omissis fece sparire ogni traccia del legame parentale): «Venendo qui, mi sono rammentato della prima impressione che ebbi da ragazzo quando uno dei miei buoni parenti, un giovinotto, era andato a caccia senza licenza, fu preso dai carabinieri e tenuto dentro per un mese. Che impressione, la prima vista dei carabinieri! E poi quel poveretto, in prigione...». Quella volta, il piccolo Angelo aveva capito che la gattabuia può toccare a tutti. Si era trovato davanti «questo fenomeno, che accade nella vita, in una vita bene ordinata dove ci sono delle leggi, che naturalmente hanno una sanzione. E chi ci capita sotto, la intenzione sua può non essere cattiva, ma le deve subire». Del resto, anche lui, il Papa, quando faceva il militare a Bergamo aveva visto per qualche tempo il cielo a scacchi, per una punizione del caporale. Mentre parlava, si levava e rimetteva la berretta, si toccava continuamente la croce pettorale. Appariva umile e un po' goffo. Usò perfino una espressione buffa e quasi imbarazzata per accennare al suo "mestiere" di Papa. «Dunque eccoci qua, son venuto, mi avete veduto, io ho messo i miei occhi nei vostri occhi, ho messo il cuor mio vicino al vostro cuore, e questo incontro, siate pur sicuri, che resterà profondo nella mia anima, e al principio dell'anno nuovo, direi del primo anno di quello che è chiamato il mio pontificato, avrei il piacere che sia proprio un'opera di misericordia». Poi impartì a tutti la benedizione apostolica, «il segno di quello che il Signore ci ha dato attraverso il suo sacramento d'amore, e vorrei che fosse un incoraggiamento per tutti quanti». Concluse con una richiesta a tutti i detenuti, e una promessa semplice: «La preghiera che vi faccio, l'ultima: la prima lettera che scrivete adesso a casa vostra deve portare la notizia che il Papa è venuto in mezzo a voi, e che vi promette - anche lui dice il suo rosario, fa passar bene i grani della sua corona, dice la sua messa, - dite che si impegna a fare speciali intenzioni per ciascuno di voi, le vostre mogli, le vostre sorelle...». A queste parole, sembrò venir giù tutta la volta della rotonda di Regina Coeli. Fin dai loggioni più alti tutti i carcerati cominciarono ad acclamare, a piangere, a battere le mani, con un entusiasmo incontenibile. La gran parte di loro era chiusa nei diversi bracci. Anche da lì provenivano gridi di esultanza. E infatti, nei giorni seguenti il Papa scrisse di suo pugno un piccolo pensiero dietro a trecento immaginette, e le inviò ai carcerati che non lo avevano potuto vedere. Ma sul momento chiese di visitare almeno una delle sezioni chiuse, quella degli ergastolani. Salì all'ultima loggia. Mentre percorreva il corridoio, tutti i detenuti si buttavano in ginocchio, gli baciavano le mani. Ricorda monsignor Loris Capovilla, il segretario, che anche quella volta gli era al fianco: «Arrivato in fondo c'era un ragazzo alto, giovane, in ginocchio, prese la mano del Papa, singhiozzava e non riusciva a parlare. Poi, finalmente, facendo forza sulla voce che gli si strozzava in gola, riuscì a dire: "Santo Padre, quello che avete detto prima, vale anche per me? Vale anche per me?". Il Papa anziano e dai movimenti pesanti si chinò su di lui, lo aiutò a rialzarsi, e lo abbracciò, senza dire una sola parola».

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