Fonti esterne
Bonum est faciendum
et persequendum
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Eroina medievale, Giovanna d’Arco è una santa dell’età contemporanea. Questa contemporaneità s’iscrive nella struttura stessa dei processi, e delle procedure, che hanno portato il papato a proclamarla successivamente venerabile (Leone XIII il 27 gennaio 1894), beata (Pio X il 18 aprile 1909), poi santa (Benedetto XV il 16 maggio 1920). Una procedura di canonizzazione, costituisce in primo luogo un’impresa di ampio respiro.

È il caso, in particolare, di Giovanna: cinque secoli separano la sua elevazione agli onori degli altari dalla morte sul rogo di Rouen il 30 maggio 1431, ma un simile ritardo, si sa, è lungi dall’essere raro nella storia delle canonizzazioni del XIX e XX secolo. Il papato vi si impone come maestro di temporalità: fa avvenire nel presente cause che potevano sembrare seppellite nel passato e compie, mediante l’operazione sacrale del processo di santità, una rilettura e talvolta una riscrittura della storia in termini d’intelligibilità spirituale e di comprensione intellettuale. Si pensi ai dibattiti storiografici avviati di recente dalla beatificazione di Pio IX, celebrata da Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000. D’altro canto, una canonizzazione costituisce, contrariamente a molte idee preconcette, una procedura giuridica che obbedisce a regole fisse, a scansioni temporali e a tappe rigide, anche se la scelta della data e del contesto della proclamazione può rispondere, da parte del Pontefice, a considerazioni di circostanza o persino di opportunità. A partire da un lavoro eseguito una decina d’anni fa insieme al collega medievalista Jacques Dalarun (sui processi moderni ordinati dal 1874 dalla Congregazione dei Riti e conservati negli archivi vaticani), si vorrebbe qui cercare d’interrogarsi sul ruolo svolto dalla Santa Sede, non solo nel proseguimento e nella conclusione della procedura di canonizzazione di Giovanna d’Arco, ma anche nella flessione sensibile che questa procedura ha determinato nella percezione storica e religiosa della figura della santa in Francia nel passaggio dal IX al XX secolo. Johanna nostra est, diceva Leone XIII, in una celebre formula che Gerd Krumeich, l’illustre storico della pulzella, ha studiato come una «riappropriazione di Giovanna d’Arco da parte dei cattolici» a partire dalla metà del XIX secolo, in reazione alla rilettura liberale e nazionale della sua figura.

Riappropriazione o manipolazione? In definitiva resta da valutare la contemporaneità della causa nel contesto delle sue successive proclamazioni: 1894, 1909, 1920. È su questo piano che occorre tener conto delle congiunture romane, francesi e internazionali, nonché delle considerazioni di opportunità, dei disastri di Pio IX fino alle aperture di Leone XIII, delle rigidità di Pio X fino alle oscillazioni di Benedetto XV. Il decreto d’introduzione della causa, il 27 febbraio 1894, opera, andando anche oltre, quella sintesi tra nazionalità e cristianità auspicata sia da monsignor Dupanloup sia da Georges Goyau: «Dio che, secondo la parola dell’Apostolo, chiama le cose che non sono, come quelle che sono — esordisce il decreto — come nel passato aveva scelto nei suoi disegni Debora e Giuditta per confondere i potenti, così suscitò, all’inizio del XV secolo, Giovanna d’Arco, per risollevare il destino della sua patria quasi distrutta dalla guerra accanita fra Francesi e Inglesi e, allo stesso tempo, per rivendicare la libertà e la gloria della religione, i cui interessi erano minacciati». Simulque afflictas Religionis res in libertatem et gloriam vindicaret, afferma in modo ancor più netto il testo latino. Il decreto diviene presto nella Francia cattolica oggetto di una trionfale celebrazione. «Dalla sentenza del tribunale di Rouen venduto ai nemici della Francia, Giovanna d’Arco non ha dunque fatto appello invano all’autorità del Papa », si legge nell’opuscolo ufficiale pubblicato quello stesso anno da Théophile Cochard presso il libraio di Orleans Herluison. «Venticinque anni dopo l’orribile crimine dei carnefici, con la Francia ormai libera e pacificata, Papa Callisto III ordinava il processo di revisione, che proclamò l’innocenza della vittima. Ora un nuovo processo, il vero processo ha inizio: non si tratta più di una semplice riabilitazione, ma della glorificazione suprema riservata dalla Chiesa ai suoi figli più nobili». Nel resto del testo, gli antagonismi ideologici restano discreti: «In questo primo trionfo — assicura — non ci sono vinti».

Il che non impedisce di sviluppare qualche accento patriottico nei confronti dell’Italia “misogalla” di Crispi e soprattutto della Germania disprezzata dalla Francia alla ricerca di una “vendetta”: «Leone XIII, “raggiante di gioia”, si legge nella corrispondenza italiana, si degnò di firmare subito il decreto tanto desiderato (...). E in una Roma sorpresa, la buona novella esplodeva “come una fanfara trionfale”. I cattolici esultavano; gli italianissimi la consideravano un fallimento per la triplice alleanza, che eppure non aveva nulla a che vedere con essa; ma i Prussiani occupavano la maggior parte della Lorena, e la prospettiva della beatificazione della “buona Lorenese” sembrava loro essere, per i cari alleati, una sconfitta morale, foriera di una vendetta da parte dei Francesi. Gli Inglesi si sono mostrati meno suscettibili (...). Il modo in cui è stata introdotta una causa tanto cara è dunque stato una sorta di saluto d’onore alla Francia».

La beatificazione del 1909 avviene in un contesto molto più teso, all’indomani della legge di separazione e dell’enciclopedia Vehementer nos, in un clima segnato dalla lotta contro il modernismo e dalla prossima condanna del Sillon, come pure, sul piano agiografico, dalla beatificazione delle carmelitane di Compiègne, prime vittime sacralizzate della Rivoluzione francese. Il clamoroso affare Thalamas, dal nome dell’o s c u ro professore del liceo Condorcet, poi professore incaricato alla Sorbona, vittima della vendetta dei Camelots del Re e dell’Action française per avere definito le visioni di Giovanna allucinazioni, segna in gran misura, nel 1904 e poi nuovamente nel 1908-1909, lo “spostamento a destra” della figura della futura santa. La cerimonia del 18 aprile 1909 nella basilica di San Pietro attorno a Pio X, costituisce la manifestazione tanto eclatante quanto effimera di una contro- società cattolica all’epoca della laicizzazione dello Stato: «Quarantamila pellegrini francesi erano quel giorno a Roma — riferisce monsignor Brun — con tutti i cardinali, arcivescovi e vescovi di Francia, i membri della famiglia di Giovanna, quelli della Casa di Francia, il duca d’Alençon, i presidenti delle grandi opere cattoliche, membri del Parlamento, alcuni funzionari e magistrati. (...) Purtroppo non c’era un rappresentante ufficiale del nostro Paese: la Separazione fra Chiesa e Stato, con tutte le rotture che aveva comportato, era troppo recente (...). Molto fiero della presenza dei suoi quarantamila francesi, monsignor Touchet aveva riservato loro l’intera grande navata di San Pietro, affinché potessero vedere il Papa. Quando quest’ultimo apparve sul portone centrale, portato sulla sedia e salutato dal suono delle trombe d’argento, trovò davanti a lui una folla muta, in rispettosa ammirazione e venerazione religiosa, abituata per di più al silenzio raccolto delle nostre chiese. Ben altra cosa dagli evviva esuberanti delle folle italiane. (...) Con il cuore addolorato per i recenti eventi della Francia, il Papa fraintese questa riserva dei Francesi: era dovuta alla diffidenza, al rancore, o addirittura a una segreta ostilità? Fu allora che alcuni preti mescolati alla folla, vedendo il volto di Pio X adombrarsi, ebbero l’idea di intonare il Credo di Dumont (...): e fu, trasportato da questa professione di fede, acclamata da quarantamila voci, che il Papa giunse in fondo alla basilica, per venerare solennemente l’immagine della Pulzella che risplendeva al centro della gloria del Bernini. Venti anni dopo, il ricordo di quell’insolita acclamazione non si era cancellato: si parlava ancora a Roma del “grande Credo dei Francesi”». Della canonizzazione del 1920 è difficile non sottolineare le considerazioni di opportunità, anche se manca la documentazione: ci si accontenta di osservare il concatenarsi cronologico delle date che vedono susseguirsi in un breve arco di tempo la vittoria militare della Francia e degli alleati sulla Germania, l’elezione di una Chambre «Bleu Horizon» favorevole al superamento delle dispute religiose del passato, al ristabilimento delle relazioni diplomatiche fra Francia e Santa Sede, e alla promozione finale della beata a santa. Il 18 marzo 1919 vede il riconoscimento da parte della Congregazione dei Riti della validità dei nuovi miracoli, il cui esame era stato rinviato sine die da Pio X alla vigilia della prima guerra mondiale. Il 6 luglio 1919 viene firmato il decreto de tuto, consentendo così di procedere in tutta sicurezza alla canonizzazione. La via è libera per lo svolgimento della cerimonia. Il Trattato di Versailles si conclude il 28 giugno 1919. Le elezioni legislative del 16 novembre 1919 vedono la vittoria del blocco nazionale. Il 17 gennaio 1920 l’anticlericale Georges Clemenceau viene battuto alle presidenziali; all’indomani dà le dimissioni dalla presidenza del Consiglio per lasciare il posto al gabinetto Millerand. Il 9 marzo 1920, sedici anni dopo la rottura delle relazioni diplomatiche, Millerand depone una domanda di credito per la riapertura di un’ambasciata di Francia presso la Santa Sede.

Il 12 maggio 1920 Benedetto XV riceve in udienza protocollare a Roma l’ambasciatore Gabriel Hanotaux e il diplomatico Jean Doulcet, membri di una missione straordinaria del Governo francese, che presentano al Papa le loro lettere credenziali. Il 16 maggio 1920 ha luogo la fastosa cerimonia di canonizzazione di Giovanna d’A rc o a San Pietro, alla presenza di quaranta cardinali e trecento vescovi, e di una rappresentanza del Governo della Repubblica francese composta dallo storico Gabriel Hanotaux, membro dell’Académie Française, con il titolo di ministro plenipotenziario, e dal conte Louis d’Illiers, diplomatico e orleanese. Il 28 maggio 1920 giungono a buon fine i negoziati condotti dal cardinale segretario di Stato Gasparri e da Jean Doulcet per la ripresa delle relazioni diplomatiche. Il 24 giugno 1920, la Camera dei deputati dichiara la festa di Giovanna d’Arco festa nazionale, risultato di un lungo processo intrapreso alla fine del XIX secolo e fermato dalla sinistra. L’11 novembre 1920 si svolge la cerimonia del milite ignoto sotto l’Arco di Trionfo, culmine delle sacralità laiche nate dalla prima guerra mondiale. Il 16 novembre 1920, la Camera dei deputati vota a favore della riapertura dell’ambasciata di Francia presso la Santa Sede. Il 17 maggio 1921 il presidente del Consiglio Aristide Briand nomina ambasciatore straordinario presso la Santa Sede il senatore Jonnart. Il 17 dicembre 1921, il Senato, dominato dai radicali e per lungo tempo reticente, vota infine a favore della riapertura dell’ambasciata. Nel novembre 1923 Jean Doulcet succede come ambasciatore a Jonnart. Il 18 gennaio 1924, con l’enciclica Maximam gravissimamque, Pio XI approva le «associazioni diocesane» che sostituiscono le «associazioni cultuali », previste dalla legge di separazione e condannate da Pio X in quanto non rispettavano la gerarchia interna della Chiesa: questo accordo decisivo segna l’alba di una «seconda adesione» e di una piena accettazione da parte dei cattolici del regime di separazione.

© Osservatore Romano - 5 gennaio 2012