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RIBELLI  PER  AMORE Nel 66° anniversario del Sacrifico di don Giuseppe Morosini   

don-giuseppe-morosini.jpgIl 3 aprile 1944, sessantasei anni fa, all’alba del Lunedì dell’Angelo veniva fucilato nel Forte Bravetta di Roma don Giuseppe Morosini, sacerdote di appena 31 anni, essendo nato a Ferentino il 19 marzo 1913. Sacerdote per vocazione, patriota per vocazione e impegno cristiano.

 

La breve vita di don Giuseppe non fu priva di gloria: gloria conquistata con la dedizione al ministero sacerdotale, gloria conquistata nel servizio al prossimo bisognoso, gloria conquistata nella testimonianza ferma e forte ai valori della Patria, della Giustizia e della Verità.

 

A Lui si addice mirabilmente l’elogio che Giacomo Leopardi tesse degli Eroi che immolano le loro vite nella difesa della Patria:

“Beatissimi voi

ch’offriste il petto alle nemiche lance

per amor di costei ch’al Sol vi diede”. (Giacomo Leopardi, All’Italia)

 

Ma nell’eroismo di don Giuseppe Morosini all’amor patrio, all’amore per il prossimo, all’amore per le virtù civiche e morali si unisce anche l’eroismo del Martire per la Fede, fede che non si può barattare per nessuna cosa al mondo, perché la fede è la luce della sua vita e dei suoi passi. E non è un caso che il suo dies natalis,  la sua nascita al Cielo, avvenga il giorno successivo alla Resurrezione di Cristo, il Lunedì dell’Angelo.

 Proclama il Vangelo:  Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme ... di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed … egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui”. (Mc 16,1-7) 

Don Giuseppe in quella fredda alba del 3 aprile 1944 incontrò il suo Salvatore e fu associato alla sua passione, morte e resurrezione. Anche per lui risuonarono la parole divine: “Non abbiate paura! Gesù Nazareno, il crocifisso, è risorto”.

Anche per lui si proclamano le parole della sequenza pasquale: Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa.

 

Il giorno dopo il Natale si celebra la memoria del protomartire Stefano; il giorno dopo la Pasqua di Resurrezione, dal 1944, celebriamo la memoria del martire ferentinate don Giuseppe Morosini, testimone forte dei valori conculcati dal nazifascismo. Don Giuseppe si inserisce a pieno titolo nella storia della Resistenza cattolica al nazifascismo, una storia sulla quale da poco si è tornati a discutere e che ha messo in luce il ruolo dei cattolici italiani nella lotta per la libertà dell’Italia.

 

Secondo lo storico Sandro Spreafico (1), nella seconda metà degli anni Trenta i rapporti tra Chiesa cattolica e Stato fascista sono apparentemente tranquilli. Ma se si va a scavare in profondità ci si accorge che il consenso lentamente comincia ad incrinarsi. Si va formando, relativamente a quel periodo, una “protoresistenza coscienziale”.

(1)   Sandro Spreafico e' nato a Reggio Emilia e si e' laureato in Storia, alla scuola di Eugenio Dupre' e Lino Martini, presso l'Universita' di Bologna, dove ha operato come ricercatore dal 1965 al 1971. È docente nelle scuole superiori.Secondo lui la linea di demarcazione è rappresentata dalle leggi razziali; documenti diocesani attestano che con esse qualcosa si è irrimediabilmente spezzato nel rapporto tra Chiesa e regime. A poco a poco le canoniche si aprono e divengono luogo di accoglienza e in alcuni casi di permanenza di gruppi partigiani. Prima c’è l’assistenza ai prigionieri in fuga, poi alcune di esse si trasformano in luogo di incontro e organizzazione dell’attività partigiana. E’ un fenomeno che nasce dall’iniziativa personale dei singoli parroci.

Un’altra studiosa, Emma Fattorini (2), sostiene che la Chiesa cattolica italiana, dopo l’8 settembre, rappresenta l’unico punto di riferimento, l’unica istituzione rimasta in piedi che possa coprire il vuoto che si viene è venuto a creare a tutti i livelli nella nazione italiana. E’ l’unica che non abdica, l’unica che non scappa, l’unica che c’è e svolge una funzione pastorale molto importante.

(2)   Emma Fattorini, docente di Storia Contemporanea nell’Università La Sapienza di Roma.

L'8 settembre, con la conseguente occupazione tedesca,  rappresenta certamente una tappa fondamentale che ha segnato per molti il passaggio definitivo alla Resistenza. Per i cattolici che vogliono combattere il nazifascismo arriva il momento di decidere se prendere o no le armi. Un imperativo morale agita le loro coscienze: bisogna fare qualche cosa. Si avvera quanto profetizzò nell’antico testamento il profeta Gioele:

            Trasformate le vostre asce in spade // e le vostre falci in lance.

Anche i deboli abbiano il coraggio //  di combattere.(Gioele, 4,10)

In città le porte delle chiese si aprono a tutti coloro che si devono nascondere dai tedeschi, mentre in montagna i partigiani stanno già combattendo. Molti cattolici e anche sacerdoti per questa presa di posizione pagheranno un duro prezzo di sangue. Fucilati perché hanno nascosto ebrei e fuggiaschi o perché hanno amministrato i sacramenti ai partigiani..

Tra i tanti ricordiamo Don Pasquino Borghi parroco della chiesa di Tapignola, fucilato all’alba del 30 gennaio 1944, Don Giuseppe Iemmi parroco di Felina torturato e ucciso il 19 aprile del 1945, a pochi giorni dalla fine della guerra. Per non parlare, poi, di don Pietro Pappagallo missionario e resistente a Roma morto nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Giovanni Paolo II, in occasione del giubileo dell'anno 2000, ha incluso don Pietro Pappagallo tra i martiri della Chiesa del XX secolo.

Ribelli per amore”, preti, prelati e militanti cattolici, che hanno dato la propria vita per la libertà del proprio paese.

La fucilazione di Don Pietro, un memorabile Aldo Fabrizi, nella Roma “città aperta”di Rossellini rimane, a distanza di più di mezzo secolo, non solo una delle scene simbolo del neorealismo italiano ma anche una delle pietre miliari dell'iconografia della Resistenza in Italia.

La figura del don Pietro nel film di Rossellini è ispirata alla storia vera di don Giuseppe Morosini, catturato dai nazisti il 4 gennaio 1944 e rinchiuso a Regina Coeli nella cella 382 del 3° braccio politico tedesco. Nel carcere romano Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica Italiana, ebbe modo di incontrarlo dopo uno degli estenuanti interrogatori delle SS e molti anni dopo, nel 1969, ricordò così quell'incontro:

"Detenuto a Regina Coeli sotto i tedeschi, incontrai un mattino don Giuseppe Morosini: usciva da un interrogatorio delle S.S., il volto tumefatto grondava sangue, come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà: Egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede. benedisse il Plotone di esecuzione dicendo ad alta voce: "Dio, perdona loro: non sanno quello che fanno", come Cristo sul Golgota. Il ricordo di questo nobilissimo martire vive e vivrà sempre nell'animo mio".

Dopo un processo-farsa don Giuseppe Morosini fu condannato a morte. Nonostante l'intervento della Santa Sede, che cercò di scongiurare l'esecuzione capitale, la sentenza venne eseguita nel Forte Bravetta di Roma il 3 aprile 1944.

 

Che cosa dire di don Giuseppe Morosini a Ferentino?

 

Le linee biografiche del nostro martire sono a tutti note grazie ai molteplici libri storici e memorialistici scritti su di lui. Cito tra i tanti: il bellissimo e commovente ricordo di don Peppino scritto col cuore e con l’anima dal fratello Salvatore, Mio Fratello don Giuseppe; la raccolta di testimonianze edita da Alberto Cedrone, Don Giuseppe Morosini (Edizioni Terme Pompeo, Ferentino 1994) nel 1994 cinquantesimo anniversario della fucilazione; il toccante ricordo di Virgilio Reali in Vicende di guerra. Don Giuseppe Morosini e la Resistenza, (Anpi, Roma 1999). A lui sono state intitolate strade, piazze e scuole a Ferentino, Roma, Avellino. A lui è stato intitolato un Premio Nazionale alla Cultura che si consegna con cadenza annuale a Ferentino ed Avellino.

 

Mi sento particolarmente emozionata nel parlare di lui, che amò sottoscriversi nelle pagine di musica profana da lui composta, non ultima la struggente Ninna Nanna di Regina Coeli, Nino Valeri. Quando don Giuseppe tornava a Ferentino, si recava in seminario dove erano raccolti, dopo l’8 settembre, i giovani  della città per scamparli ai rastrellamenti tedeschi. Tra questi c’era anche mio Padre. Papà a noi figli raccontava spesso degli incontri avuti in Seminario con Don Giuseppe. Era un prete giovane, simpatico, affettuoso; portava la gioia con sé. Così come racconta il fratello Salvatore “malgrado la severità dell’abito talare e l’aitante figura, don Peppino era uno di loro, il più grande e il più forte, certamente, ma anche il più buono». Quando arrivava il “sacerdote fanciullo” – così lo avrebbe definito monsignor Cosimo Bonaldi, cappellano del carcere di Regina Coeli – pareva arrivasse un’orchestra di mille elementi. Don Giuseppe, quando saliva in Seminario a Ferentino, parlava, scherzava discuteva con i Giovani, faceva catechesi; poi si sedeva al pianoforte e suonava, invitando i giovani a ballare al suono della sua musica. Spesso ripeteva a Papà: “Carletto (così veniva chiamato mio Padre), quanto mi piace il tuo nome”.

 

Vorrei in conclusione presentare alcune brevi considerazioni.

 
  1. La memoria di Don Giuseppe è viva tra noi. Egli stesso è sepolto nella sua terra Natale, nel sacrario comunale di S. Ippolito, dopo che le sue spoglie mortali vi furono traslate l’11 aprile 1954, domenica delle Palme, dal Cimitero romano del Verano.
 
  1. Ogni anno ricordiamo don Giuseppe con pubbliche cerimonie cittadine. “Ricordiamo” ossia, come significa etimologicamente il verbo ricordare, “riportiamo al cuore” la vita e le opere del nostro Concittadino. E ne associamo il ricordo anche alle altre vittime ferentinati della violenza nazifascista: Giovanni Ballina e Ambrogio Pettorini, trucidati alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.
 
  1. A Don Giuseppe furono risparmiate le Fosse Ardeatine, perché per lui pendeva giudizio: la condanna a morte, comminatagli il 22 febbraio, dopo un processo iniquo pari a quello di Gesù Cristo, era stata dilazionata per l’intervento delle autorità ecclesiastiche che tentarono inutilmente di salvargli la vita: lo stesso Führer confermò la condanna.
 
  1. Non scampò, don Giuseppe, all’esecuzione capitale; ma la sua prigionia in Regina Coeli a Roma, prigionia durata dal 4 gennaio al 3 aprile 1944, fu strumento di grazia. Rinchiuso nella cella 382 del terzo braccio di Regina Coeli, infondeva coraggio a chi gli stava accanto. Gli avevano vietato di celebrare la messa, ma non poterono impedirgli di recitare il Rosario; e lui lo recitava, tutte le sere, ad alta voce e tutti si associavano alla preghiera. Continuava, in cella, ad essere missionario e sacerdote. Come racconta il fratello Salvatore nel racconto autobiografico Mio fratello don Giuseppe, «Le volte della prigione si trasformano, a sera, in un tempio. Egli intona il Rosario. La sua voce calda, sonora, esce dallo spioncino, si spande per i corridoi e giunge alle anime dolorose con la forza irresistibile d’un invito divino. Dalle altre celle vicine e lontane si risponde: “Sancta Maria, mater Dei, ora pro nobis peccatoribus nunc et in hora mortis nostrae”».
 
  1. Fu sacerdote della Congregazione dei Signori della Missione, i sacerdoti fondati da S. Vincenzo de' Paoli con la finalità di soccorrere i poveri e i bisognosi. E tuta la sua breve vita fu spesa con generosità ed entusiasmo a vantaggio dei poveri. Nel 1942 a Roma prestò la sua opera in Prati presso la scuola Pistelli, centro di raccolta dei ragazzi provenienti dalle zone sinistrate dalla guerra. Padre Peppino, come lo chiamavano tutti i suoi amici, ha speso la sua vita per assistere i rifugiati e gli ebrei. Non ha smesso mai di prendere parte alle attività caritative della sua comunità di Vincenziani, passando molto tempo ad assistere i malati dell’ospedale, confortandoli con la sua presenza e amministrando loro la comunione.  In carcere si prodigò per sostenere i compagni di carcere e gli ebrei che vi erano rinchiusi.
 
  1. «Avrebbe potuto vivere tranquillo e sereno nella casa dei Missionari in via Pompeo Magno», osservò molti anni dopo quegli avvenimenti il cardinale Luigi Traglia: “Il suo cuore non sapeva resistere alla richiesta d’aiuto”. «Vorrei avere mille cuori. Il cuore del martire, il cuore del confessore vorrei. Invece quel poco che ho fatto finora è nulla ed è imperfetto». Padre Peppino si confidò con queste parole a monsignor Bonaldi, il cappellano che lo assistette nei giorni della prigionia a Regina Coeli. “Mille cuori”: la cifra dell’amore che si consuma per l’amore verso i fratelli. Durante il processo farsa a cui fu sottoposto, gli inquisitori tentandolo e blandendolo per ottenere delazione, gli chiesero che cosa avrebbe fatto se lo avessero liberato. Don Peppino rispose: “Continuerei a fare quello che ho fatto” cioè: il prete! Perché prete lo fu davvero e fino all’ultimo istante della sua vita. Testimoniò con la vita la fedeltà al suo ministero sacerdotale, portando al massimo grado la pratica delle virtù cristiane e civiche.
 
  1. Domenica scorsa, festa della Divina Misericordia, nella liturgia della messa domenicale nella Colletta abbiamo pronunciato questa preghiera: “spezzati i vincoli del male, ti rendiamo il libero servizio della nostra obbedienza e del nostro amore, per regnare con Cristo nella gloria”. Questa preghiera, queste parole si adattano mirabilmente a don Giuseppe Morosini, servo fedele che merita la gloria e il ricordo imperituro e merita altresì di essere con onore annoverato tra i martiri della Chiesa del XX secolo.
 Ferentino, 14 aprile 2010 Biancamaria Valeri